Il trattato Sotà approfondisce il tema del sospetto di adulterio nella donna sposata, come descritto nel Libro dei Numeri (5:11-31). In assenza di prove, ma in presenza di sospetti del marito, la Torà prescriveva una procedura rituale: la donna veniva condotta al Santuario per bere le “acque amare”, che avrebbero rivelato la verità attraverso effetti miracolosi — punizione o benedizione. Questa pratica, che rifletteva una società patriarcale e poligamica, mirava non solo a chiarire i fatti ma anche a ristabilire la pace coniugale.
Già in epoca rabbinica, tuttavia, la procedura era considerata obsoleta, anche a causa del comportamento degli uomini: secondo i Maestri, la prova non era valida se il marito stesso era infedele. Il trattato discute con precisione i dettagli di questa normativa non più in uso: requisiti, condizioni, modalità della procedura, riflettendo l’evoluzione del pensiero ebraico verso una maggiore reciprocità nel matrimonio. Nonostante la sua inattualità, il tema resta oggetto di riflessione esegetica e giuridica, inserendosi nel più ampio discorso sulla fedeltà, la giustizia e l’equilibrio tra i sessi nella tradizione ebraica.